Già nel 1767 l’architetto Teofilo Gallacini pubblicò un trattato sugli errori dei suoi colleghi, italiani e non solo, con lo scopo di aiutare una categoria di persone evidentemente propense all’errore, quella degli architetti appunto, a sbagliare meno. Da allora i colleghi del Gallacini non hanno certamente smesso di errare. Anzi, oggi gli errori degli architetti dilagano e si moltiplicano in ragione di un’endemica epidemia italica di architetti propensi all’errore. In effetti per diventare un buon architetto, specie se in Italia, occorre compiere una serie di scelte del tutto prive di senso, dieci veri e propri errori, o, per chi ci crede, dieci ex-voto dedicati alla dea architettura dispensatrice di fama ed immortalità. E soltanto una persona facile ad errare può decidere liberamente di percorrere una tale via crucis sino in fondo, sino a diventare un buon architetto italiano.
Per queste ragioni ho deciso di scrivere un breve decalogo, dedicato a te, giovane e meno giovane architetto in pectore, nella speranza di dissuaderti dall’intento di avvicinarti ancor di più ad una professione che, come vedrai, è dedita al martirio.
Errore Primo. Iscriversi alla facoltà di architettura
Come noto il mercato dell’architettura in Italia è il più saturo del mondo. A contendersi una produzione edilizia asfittica e senza possibilità di crescita (in Italia non si costruisce anche perché tutto è già costruito) c’è un esercito di oltre 120.000 architetti: il rapporto con la popolazione residente viaggia su valori doppi rispetto a quelli delle medie europee. A ciò si aggiunge il fatto che in Italia gli architetti progettano solo il 16% di quel poco che si costruisce. Il restante 84% spetta a società d’ingegneria (con dentro qualche altro architetto), ingegneri, periti edili e geometri, figura professionale, quest’ultima, operante solo in Italia e in grazia del Regio Decreto n. 274 del febbraio 1929.
Ciononostante, e con incomprensibile slancio, tu e qualche altro migliaio di matricole decidete di iscrivervi presso una delle proliferanti facoltà di Architettura italiane, topi sedotti da chissà quale pifferaio magico.
Errore Secondo. Perseverare fino al raggiungimento della laurea
Il primo errore non è grave. Vi potresti porre rimedio facilmente decidendo di cambiare aria in fretta. D’altra parte non ti dovrebbe occorrere più di un semestre per capire che la strada imboccata è potenzialmente pericolosa: basterebbe considerare il fatto che l’ambizione media degli studenti più adulti è quella di diventare assistente universitario, ovvero, un ex-neo-laureato che non esce dall’università per restare nell’unico luogo dove poter continuare a fingere di fare l’architetto. Per fortuna la mortalità studentesca nelle facoltà d’architettura è tra le più alte. Ma tu, ahimè, sei bravo, e, nonostante tutto, ci credi. Decidi di perseverare nell’errore e nulla contano le difficoltà incontrate lungo il tragitto a cominciare dalle spese folli necessarie per sostenere gli esami: hai bisogno di un potente computer per disegnare, un congruo numero di costose riviste d’architettura per restare aggiornato e numerose stampe a colori, che costano un occhio della testa, da sottoporre alle revisioni distratte di professori ed assistenti. Ma tutto ciò sembra non contare per te. Spendi soldi, vai due o tre anni fuori corso, ma alla fine, con tenacia, ti laurei.
Errore Terzo. Iscriversi all’albo sostenendo l’esame di stato
Con una laurea in architettura non puoi fare l’architetto. Non ancora, a meno di esercitare abusivamente la professione. Per fare l’architetto ti devi iscrivere all’Albo Professionale superando l’Esame di Stato. Sai che soltanto dopo avrai il timbro, il sigillo che dovrebbe garantire a te stesso, prima ancora che agli altri, d’essere un vero architetto. Non sai, e non saprai mai, a cosa serve l’ordine professionale, ma non ti importa. Senza comprendere la gravità dell’errore che stai commettendo, affronti a testa bassa quell’insensato strumento di controllo delle nascite che è l’Esame di Stato (fai un progetto in otto ore con riga, squadra e compasso!) e paghi la prima quota all’agognato club degli architetti col timbro. E’ così che si entra nel tunnel e si accede ad un mondo pieno di insidie dove errare è ancora più facile e necessario.
Errore Quarto. Fare tirocinio presso uno Studio Tecnico
Ora sei un architetto col timbro, ma sai che ciò non basta per lavorare. La concorrenza è spietata e tu devi dimostrare d’essere bravo. Ma, ahimè, pur di dimostrarlo sei disposto a fare follie, a cominciare dalla scelta del primo lavoro: “da qualche parte si deve pure iniziare”, pensi. E così vai a bottega presso lo Studio Tecnico di tuo zio che è disposto a farti fare esperienza: lavori come un matto facendo rilievi tra i rovi, nottate al CAD, code al catasto, fotocopie e rilegature di fascicoli. Guadagni con moderazione. Nel giro di un paio d’anni ti accorgi di tre cose: fai un lavoro molto diverso da quello che avevi immaginato all’università, l’agognato timbro non ti serve e tuo zio ti sfrutta, sottopagandoti.
Errore Quinto. Decidere di mettersi in proprio
Ormai hai trent’anni e decidi di non poter fare più il garzone di bottega. Inoltre ci sono novelli architetti che a frotte spingono per venire a lavorare da tuo zio, sottopagati peggio di te. Fai spazio al nuovo che avanza, rinunci al tuo misero stipendio e provi a metterti in proprio: non lo sai ancora, ma hai appena deciso di non guadagnare nulla per i successivi tre anni. Nel frattempo progetti il bagno per tua cugina (figlia dell’altro zio), il salone per tua cugina e il corridoio di tua cugina. Apri una partita IVA ed affronti l’umiliante prova degli studi di settore: ora è ufficiale, non guadagni un cacchio. A questo punto, dopo ben cinque errori, c’è chi finalmente dice basta e rinuncia a diventare un bravo architetto giocandosi, in extremis, la carta del posto pubblico. Onore al merito a chi ci riesce. Ma per te che ancora ci credi i problemi sono appena cominciati.
Errore Sesto. Affrontare la prima pratica edilizia
Sai che per poterti esprimere come un vero architetto hai bisogno di confezionare una pratica edilizia attorno ai tuoi progetti di gloria. Sbagliando, in maniera clamorosa, decidi di affrontare la tua prima pratica e scopri, non senza iniziale sconcerto, che la normativa studiata all’università è completamente sorpassata, inutile. Hai necessità di aggiornarti e così comincia la tua avventura nella foresta incantata della normativa edilizia italiana: gigantesche leggi con ramificazioni che oscurano la vista, cammini procedurali che scompaiono dietro al tuo incedere incerto, sabbie mobili d’ufficio e poi sciami molesti di dichiarazioni, firme, timbri e marche da bollo. Ormai sei dentro e non puoi uscirne. Se ti fermi sei perduto. Navighi a vista e hai bisogno di aggiornarti continuamente. Smetti di acquistare riviste d’architettura e passi a manuali tecnici dal titolo:”Schema di contratto e Capitolato Speciale di appalto per i lavori edili e impiantistici”. Ti accorgi solo ora che i tuoi progetti non sono altro che l’ultima ed inutile cosa da fare per costruire un edificio in Italia.
Errore Settimo. Fare la direzione dei lavori
Finalmente ci sei. Hai un Permesso a Costruire. Pronti via si va in cantiere. E sbagli ancora una volta. Ti presenti con caschetto, scarpe antinfortunistica, disto laser, cartellina, penne, matite e tesserino di riconoscimento, ma lasci tutto in macchina perché intuisci, appena in tempo, che ti avrebbero inutilmente complicato la vita: è la prima volta che metti piede in cantiere e temi che presentarsi con cappa e spada non passa aiutarti a dirigere i lavori con la dovuta autorità. Fai finta di sapere cosa stai facendo, ma si vede chiaramente che non lo sai e vieni preso per i fondelli da muratori, elettricisti, idraulici ed imbianchini che ne sanno molto più di te. La tua presunta professionalità si ridimensiona anche nel nome: diventi un architè. Ma ormai ci sei, devi ammettere la tua ignoranza conservando un minimo di dignità, essere sicuro di te anche nell’errore. Capisci che la direzione lavori si impara inghiottendo umiliazioni e pensi con rancore all’inutilità dei corsi universitari.
Errore Ottavo. Fare corsi di specializzazione
Sai di non sapere e cerchi un rimedio. Ti iscrivi a corsi di specializzazione su sicurezza, certificazione acustica e certificazione energetica degli edifici. Errore tragico. Dopo aver speso tempo e soldi per frequentare i corsi, cominci a lavorare in funzione delle tue nuove specializzazioni. Finalmente guadagni qualcosa, ma non progetti più. Cerchi di smettere e non ci riesci. Ora ti chiamano e ti cercano, ma solo per produrre carta, certificati e dichiarazioni. Presto rimpiangi il tempo in cui provavi a fare l’architetto a gratis. Anzi, pur di tornare a fare l’architetto sei disposto a pagare, e allora ti iscrivi ad un Master Universitario e ti concedi una breve, ma costosa, vacanza dalla realtà professionale.
Errore Nono. Fondare uno studio associato
Da solo non puoi farcela. Raccatti i tuoi compagni d’università e insieme decidete di fare squadra: “l’unione fa la forza”, pensate, e sbagliate. Scegliete con cura un nome per il vostro nuovo Studio Tecnico, un nome a metà tra quello di un gruppo rock e quello di un partito politico. Poi vi procurate licenze software open-source, un sito internet, biglietti da visita, una partita IVA ed ecco pronto l’ennesimo mini Studio Tecnico d’Italia pronto a fare qualsiasi cosa, dall’accatastamento all’aeroporto. Ora passi la metà del tempo a discutere su cosa fare con i tuoi nuovi compagni d’avventura e l’altra metà a fare le stesse cose che facevi prima da solo. Nella nuova famiglia gli zii e le cugine si moltiplicano, ma tu guadagni come prima.
Errore Decimo. Farsi pagare la parcella
Dopo anni di lavoro gratis, pagato con rimborsi spese ed acconticini, ti trovi, per la prima volta, a compilare una parcella vera. Ultimo ed inevitabile errore. Osservi con bramosia il totale che cresce, sommatoria di minimi tariffari una volta, forse, garantiti per legge e protetti dall’ordine. “Ora sì che si guadagna”, pensi, “la metà basta!”. L’illusione dura poco. Presto capisci che quella parcella non te la pagherà mai nessuno (è fuori mercato) e che la metà è troppo pure per tua cugina. Ridimensioni ampiamente le tue speranze ed emetti fattura, ti pagano dopo un anno a lavori ultimati. Nel frattempo anticipi l’IVA e continui inesorabilmente a pagare la rata di iscrizione all’ordine.
A questo punto, oh giovane architetto in pectore, avrai fatto dieci errori e avrai circa quarant’anni. Ma, se ci crederai ancora, allora, forse, sarai diventato un buon architetto. Per esserne certo non ti serviranno ulteriori dichiarazioni o autocertificazioni: ti sarà sufficiente guardare in uno specchio e se scorgerai sopra al tuo capo una flebile aureola con su impresso un numero, quello di iscrizione all’ordine, allora avrai conquistato sul campo l’unico timbro necessario per essere un buon architetto in Italia.
categoria:cazzate, lavoro infame, libera professione






















































Torino, impalcatura forse non proprio sicura, 12 febbraio 2007





